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Non è risarcibile il danno morale per ferimento dell’animale d’affezione

Non è risarcibile il danno morale per ferimento dell’animale d’affezione

Non è risarcibile il danno morale per ferimento dell’animale d’affezione

Articolo ripreso da Altalex a questo link

La giurisprudenza, in tema di perdita dell’animale d’affezione, ha una storia piuttosto controversa.

Nel primo decennio degli anni 2000 troviamo un ampio numero di sentenze di merito (ex multis, Giud. Pace Ortona, 8 giugno 2007, in Resp. Civ. e Prev., 2008, 471 e Trib. Roma, 17 aprile 2002, in Giur. di Merito, 2002, 1254 – che tuttavia lo esclude nel caso di specie per difetto di prova) che ne affermava la sussistenza, qualificandolo come danno esistenziale, danno conseguente alla lesione di un interesse della persona umana alla conservazione di una sfera di integrità affettiva costituzionalmente protetta.

L’orientamento citato è stato però sconfessato dalle Sezioni Unite (c.d. “sentenze di San Martino”), che attraverso una diversa interpretazione dell’art. 2059 c.c., il danno non patrimoniale risulterebbe risarcibile solo in presenza di un’espressa previsione di legge o della lesione di un diritto inviolabile della persona concretamente individuato, ravvisando invece nell’ipotesi di morte di un animale un mero rapporto, tra l’uomo e l’animale, privo di copertura costituzionale nell’assetto dell’ordinamento dell’epoca (così Cass., Sez. un., 11 novembre 2008, nn. 26972, 26973, 26974, 26975, in Resp. Civ. e Prev., 2009, 38, che riprende, sul punto, Cass. civ., 27 giugno 2007, n. 14846, in Danno e Resp., 2008, 36).

Ciononostante, la giurisprudenza di merito, si trova ad oggi ancora divisa: da un lato il filone dominante non riconosce alcuna risarcibilità alla perdita dell’animale di affezione, dall’altro vi è una corrente minoritaria (ex multis Trib. Pavia, sez. III civile, 16 settembre 2016 n° 1266) che tornata ad individuare nella perdita dell’animale di affezione un danno non patrimoniale conseguente alla lesione di un interesse della persona umana alla conservazione di una sfera di integrità affettiva costituzionalmente protetta.

In particolare le corti di merito aderiscono all’orientamento minoritario, sulla scorta dello spiraglio lasciato dalle sentenze gemelle della Suprema Corte a sezioni unite del 2008: l’interprete ha sempre la facoltà di valutare se nuovi interessi emersi nella realtà sociale siano divenuti di rango costituzionale, attenendo a posizioni inviolabili della persona umana, e questa corrente minoritaria ritiene appunto che, rispetto allo scorso decennio si sia rafforzato nella visione della comunità il bisogno di tutela di un legame tra cane e padrone, cosicché non possa considerarsi come futile la perdita dell’animale e azzardando che, in determinate condizioni, quando il legame affettivo è particolarmente intenso così da far ritenere che la perdita andasse a ledere la sfera emotivo-interiore del o dei padroni, il danno deve essere risarcito.

La questione è stata portata all’attenzione della Corte di Cassazione (ordinanza 23 ottobre 2018, n. 26770).

 

Il caso in esame muove da un incidente automobilistico che ha visto investito un animale da affezione rimasto ferito.

In particolare il giudice a quo ha negato la risarcibilità del danno non patrimoniale derivante dal ferimento dell’animale di affezione uniformandosi all’orientamento già fatto proprio dalla giurisprudenza di questa Corte, ai sensi del quale non è riconducibile ad alcuna categoria di danno non patrimoniale risarcibile la perdita, a seguito di un fatto illecito, di un animale di affezione, in quanto essa non è qualificabile come danno esistenziale consequenziale alla lesione di un interesse della persona umana alla conservazione di una sfera di integrità affettiva costituzionalmente tutelata, non potendo essere sufficiente, a tal fine, la deduzione di un danno in re ipsa, con il generico riferimento alla perdita della “qualità della vita” (Sez. 3, Sentenza n. 14846 del 27/06/2007, Rv. 597917 – 01).

 

Invero, il ricorrente auspicava una rimeditazione sul punto, tuttavia a parere della corte ometteva di confrontarsi in termini diretti, limitandosi ad esprimere unicamente il proprio dissenso attraverso il richiamo di precedenti giurisprudenziali di merito a parere della corte non adeguatamente argomentate, o di fonti normative da ritenersi non decisive o pertinenti.

Alla luce di quanto sopra, poiché il provvedimento impugnato ha deciso questioni di diritto in conformità con la giurisprudenza della corte e non ravvisando argomentazioni valide per mutare indirizzo, ha dichiarato inammissibile il ricorso ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c. n°1, di fatto restando ferma nell’orientamento precedentemente espresso.

(Altalex, 16 novembre 2018. Nota di Riccardo Bianchini)

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